Contro la pelle sbagliata
*7*

C’è un vento forte, pulisce il cielo di settembre e porta via il ricordo di una montagna che hanno visto insieme questo agosto. Due sagome si abbracciano strette vicino agli alberi, a metà tra il blu del cielo e il verde dell’erba: le guarda amarsi ed è giusto così, nonostante tutto. Hanno corpi allungati e delicati che si cercano, il gesto divertito di una mano che pizzica il naso si riflette nelle loro ombre nitide. Sorride.
Chiude gli occhi e respira forte l’odore del prato, quello che Yasuharu ha sempre cercato di insegnarle e le sembra di sentire ora per la prima volta: lo sente, entrarle nelle ossa con dolcezza, a sciogliere la morsa che le ha stretto l’anima in questa estate ormai finita. Ma ha smesso di sorridere.
Ha la pelle ancora più pallida di prima, ancora più forte il contrasto tra quell’apparente purezza e il nero dei suoi vestiti: la maglietta ha maniche troppo corte, non è sufficiente a evitarle un brivido, e la gonna lunga non scalda abbastanza. Si stringe in se stessa, continuando ad osservare il gioco pudico degli amanti a pochi passi da lei, la solitudine di questo momento le si incolla addosso, insieme a tutto il resto.
Ha comprato un nuovo paio di occhiali da sole, hanno le lenti che sfumano dal blu al nero e non nascondono molto, sono ormai soltanto un’abitudine. Questa parola la fa tremare ancora più forte, le viene da vomitare, e si china su se stessa stringendosi lo stomaco, i capelli sono cresciuti abbastanza per coprirle appena il viso quando fa cadere la testa in avanti. Piange.
I due ragazzi rimangono uno sfondo fatto di poche parole, si tengono stretti, guardando ciò che hanno davanti, il più alto appoggia il mento sulla testa dell’altro, ripensa ai giorni vissuti accanto a lui, in quel piccolo paese dove faceva freddo nonostante l’estate, la sorella del compagno con loro, senza essere tra loro. Respira il profumo di muschio con gli occhi chiusi, lo riconoscerebbe in qualunque tempo, anche senza toccarlo, senza vederlo, gli basterebbe seguire questo odore dolce per ritrovare mani piccole e forti che lo aspettano.
Il ragazzo più piccolo lascia che il peso dolce della testa dell’altro si imprima dentro di sé, non ha bisogno di sollevare lo sguardo per vederne i lineamenti, li immagina, in ogni caso, semplicemente sereni. Osserva la natura silenziosa intorno a loro, pensa anche lui a quelle settimane trascorse lontani, in un tempo alterato che avevano voluto vivere fino in fondo, e se c’erano stati scontri e litigi e incomprensioni, non hanno comunque alcun peso rispetto a queste spalle grandi e fragili che riescono a difendere il suo corpo.
La ragazza si avvicina: "Io vado a casa," dice sorridendo a bocca chiusa, un gesto che le appartiene, anche di protezione in questo momento.
"Vuoi che venga con te?"
Scuote la testa decisa: "Posso farcela da sola," ride. "E poi state ancora un po’ insieme che per un po’ non vi vedrete," continua, pensando al ritiro della Nazionale Juniores: inizierà domani, ed è troppo presto per Rukawa.
"Grazie," le risponde, il viso per un istante si rabbuia.

Koi arriva a casa con una furia violenta: "Ciao!" grida senza aspettare la risposta e entra in camera, cerca frenetica in ogni cassetto, rovescia le borse a terra senza curarsi di invadere lo spazio di Yasuharu, sparpaglia gli oggetti cercando con le mani e con gli occhi. Ha ancora gli occhiali, le confondono la vista: li toglie, gettandoli lontano senza attenzione.
Vede la carta stropicciata in mezzo a un mucchio di fotografie, la afferra con tutto il palmo, stringendola forte, incurante di rovinarla ancora di più. Sospira guardando la sveglia del fratello: potrebbe essere ora di cena, ma non le interessa; si spettina i capelli sfregandoli con la mano e si alza in piedi.
Esce con il cuore in gola, lascia ogni cosa in disordine. A sua madre penserà più tardi. Forse.
Corre seguendo l’istinto degli animali, non ha preso nemmeno una felpa e il freddo vince subito le sue resistenze, ma non è solo il vento.
Il cancello la stupisce ancora, cambia sempre colore, ma forse se ne accorge soltanto lei; lo sfiora con le dita e sente tutte le irregolarità del metallo. Pensa che sarebbe educato chiamare da lì, senza entrare, ma apre lentamente e si ferma davanti alla porta, prova ad ascoltare i suoni dell’interno. Bussa, due colpi stanchi.
I suoi occhi cattivi sono la prima cosa che vede, tagliano le sue difese insieme alla luce finta della lampada sopra di loro. "Ciao," prova a dire.
"Cosa vuoi?" la guarda, piccola nei suoi vestiti leggeri, le scarpe rovinate e il viso di sempre.
"Posso entrare?" chiede lei sporgendosi di poco verso di lui, inghiottito in una maglietta troppo larga, i pantaloni lunghi abbastanza da finirgli sotto i piedi.
"Ci sono i miei," risponde passandole di fianco fino a chiudersi la porta alle spalle. "Cosa vuoi?" chiede di nuovo, sembra sia soltanto rabbia.
"Sedermi."
Lui sospira, ma non la allontana: "Prendo le scarpe".
Ora sono in due ad avere molto freddo. Camminano, i loro corpi non sono molto distanti, ma è questo silenzio a dividerli. Lui si sente umiliato e arrabbiato e triste, forse soprattutto questo. Lei ha paura e voglia di piangere e di dire la verità.
Non si parlano da quella notte vischiosa di quasi due mesi fa.
"Possiamo sederci da qualche parte?" lo supplica.
Lui si volta, uno scatto feroce: "C’è qualcos’altro che vuoi fare, poi?" la attacca, aspettandosi una reazione qualunque, certo offensiva, ma lei continua a fissare il marciapiede davanti a sé.
"No."
Lui non ha nessuna voglia di passare l’ultima serata prima del ritiro a consolare questa ragazzina stupida: "Va beh, fermiamoci lì," le indica scostante la piazza poco illuminata dall’altra parte della strada, c’è una vasca circolare per le carpe, al centro.
Lei attraversa subito, si sporge per vedere i colori dei pesci: il bordo è molto basso, le arriva appena alle ginocchia, si lascia cadere a terra appoggiando le braccia sulla pietra, è tiepida per il sole bevuto fino a poche ore prima.
Lui la guarda per qualche secondo rimanendo alle sue spalle, sa che sta sentendo freddo, ma non riesce ad avvicinarsi: si siede appoggiando la schiena alla vasca e incrocia le gambe. "Ora siamo seduti," le dice, intollerante all’idea di averla accontentata di nuovo.
La vede mordersi le labbra e accennare con la testa, più per convincere se stessa: "Come stai?"
"Bene, mai stato meglio," ironizza, ma le dita non rimangono ferme e tradiscono la tensione.
"Se ti raccontassi una cosa, mi ascolteresti fino alla fine?" gli chiede, continuando a dargli le spalle rivolta all’acqua, segue il rosso spento di un pesce troppo grande per stare lì dentro.
Lui si ripete di non avere alcuna voglia di starla a sentire, al diavolo lei, con la sua assurdità e questo suo schiantarsi contro la vita, ma risponde: "Forse," buttando indietro la testa e chiudendo gli occhi per un momento. Li riapre, perché lei è in silenzio, non dice nulla, respira forte accanto a lui e i singhiozzi le contraggono il corpo.
"Cazzo, Koi! Dimmi quello che devi e levati dalle palle!"
È davvero vigliacco questo pianto.
Koi si strofina il viso sul braccio: "Sì, scusami..." scuote la testa, il silenzio di lui potrebbe essere un invito a parlare, ma anche a sbrigarsi a togliersi dai piedi. Gira su se stessa, appoggiando la schiena nella stessa posizione di lui, fissa un punto qualunque e prova a trovare le parole.
"Non stiamo insieme," butta fuori a fatica, aspetta prima di proseguire.
"E quindi?" una domanda che è solo un’eco.
Koi tiene lo sguardo fermo, le lacrime scendono in silenzio ora, se lui non la guardasse in viso non se ne accorgerebbe nemmeno: gli viene in mente quella canzone, terribilmente triste e terribilmente violenta, che le aveva fatto ascoltare un giorno.
"Credevo di essermi abituata a te," gli risponde sussurrando, colpevole.
"Che cazzo vuol dire?" le chiede e quasi grida, ma in realtà la risposta la conosce perfettamente.
"Senti," Koi alza appena la voce, ma continua a non guardarlo. "Ti ho chiesto di ascoltarmi, no? Hai detto che ti sta bene, quindi, per favore, non ti ho ancora chiesto nulla, potresti evitare di sbranarmi appena apro bocca." Che lo potrà fare con calma quando lei davvero domanderà, non si prende nemmeno la briga di aggiungerlo.
"Alla fine siamo dei ragazzini... non posso pretendere di capire tutto subito e nemmeno tu. Non so quanto ti possa importare, ma davvero ero certa di essermi abituata, per questo sono andata..."
"Zitta," è un ordine secco, irrevocabile. "Non ho nessuna intenzione di starti a sentire, con le tue puttanate pentite. Cosa vuoi? Che facciamo gli amici? Che ti telefoni ogni tanto e ti rincoglionisca di ‘come va la scuola’ e ‘a casa tutti bene’? Se hai partorito un’idea così cretina, cerca di essere molto rapida a toglierti dalle palle, sai?"
Finalmente si volta, ma abbassa subito lo sguardo: "Io non so quanto possa valere adesso, però... tu mettila così," guarda il cielo prima di continuare. "Io sono sempre stata innamorata di te." Abbassa la testa, la schiena curva, come se volesse entrare in se stessa, non c’è nulla che stia andando davvero avanti ora, non si sentono i loro respiri, non ci sono parole.
Koi prende il pacchetto dalla borsa, lo tiene qualche secondo tra le mani, poi prende una sigaretta: il fumo si mescola all’aria in pochi secondi.
"Dammene una," le dice.
Gli allunga la sua: "Avevi smesso," nota.
"E adesso ho ricominciato, va bene?"
Koi si abbraccia le gambe e appoggia la testa sulle ginocchia, si gira verso di lui: la guarda a muso duro, le sopracciglia più inarcate del solito: "E dopo questa uscita, cosa vorresti ottenere?" le chiede.
"Me le stai facendo pagare tutte, eh? Fino in fondo, arriva fino a farmi piangere tutte le mie lacrime, Nobunaga." Era molto tempo che Kiyota non sentiva il suo nome, non da quella voce bassa.
"Lascia perdere adesso. Ti ho chiesto cosa vuoi."
Lo guarda con una smorfia amara: "Fino in fondo, giusto. Cosa vuoi sentirti dire oltre a questo? Che lasciarti è stata una cazzata? Che avrei dovuto capire di non poter vivere senza di te? Che cosa devo dirti?" si è appoggiata su una mano nel dirlo, ha alzato la voce sporgendosi verso Kiyota, e ora lo fissa con gli occhi lucidi, comunque fieri. Non le risponde, lo attacca di nuovo: "Vorresti sentirti dire una cosa del genere, no? Quanto ti piace l’idea che io elemosini qualcosa? E invece la sola cosa che posso dirti è che ho voluto vedere se era vero che..." singhiozza di nuovo.
Kiyota si preme le mani sul viso, butta indietro i capelli: "Che?" si decide a incalzarla.
Koi non risponde, infila una mano nella borsa, ricorda le parole di Yasuharu, gli gridano nella testa che non c’è mai nulla da perdere, che bisogna rischiare forte.
Non sopporta il suo silenzio, ma c’è qualcosa che gli sfasa la percezione del rancore verso di lei: in qualche modo sa che non ha colpa di averlo lasciato solo, e che dovrebbe ascoltarla davvero fino in fondo.
"Alla fine hai ragione tu, Nobunaga... io ti ho lasciato, per il ‘figlio di puttana’, che mi piaceva da mesi e alla fine ci sono anche andata a letto..."
"Vaffanculo!" si alza in piedi, deciso ad andarsene, ci sono cose che non vuole sapere per nessuna ragione, nemmeno se fossero il solo modo per tornare a stupirla e a lasciarsi stupire.
Koi si alza subito, gli afferra la mano, pronta a sentirla rifiutata: "Mi dispiace..." gli dice, lui non allontana le sue dita, ma nemmeno le stringe, si limita ad abbandonarsi in loro, come non lo riguardasse.
"A lui ti sei abituata in fretta," la schernisce.
"A lui non ho dovuto abituarmi, era tutto come doveva... preciso, calibrato."
"Non è forse più il fatto che lui sia ancora innamorato di Ayako?" Koi non può vederlo, ma piange anche Kiyota, le lacrime che non le ha sputato in faccia il giorno lontano del loro ultimo incontro, ora non può trattenerle, l’idea che lei sia dovuta passare nel letto di un altro per capire fa troppo male. Quante volte dovrà farlo prima di convincersene del tutto?
"Io questo non lo so, anche se penso che sia davvero così."
Le stringe impercettibilmente la mano, è fredda, e si volta verso di lei: Koi può vedere i suoi occhi liquidi, ma sente la stretta e vale molto più dell’espressione ferita.
"Hai detto che non state insieme, prima... se non è per Ayako..."
"Non è nemmeno per te, non hai capito niente," seguendo solo un istinto Koi appoggia la fronte contro di lui, sente freddo e forse cerca anche calore in quel gesto. "È stata soltanto una notte... nemmeno quella a dire il vero. Io me ne sono andata subito dopo e lui non mi ha fermata. Non volevo lo facesse."
Ora può solo aspettare, non ha molte parole per spiegarsi, perché comunque fa male ricordare e perché non servirebbe a nulla andare ancora più a fondo in un passato di un istante.
"Dovrei perdonarti ogni cosa, così, senza rancore? Smettere di pensare che mi hai lasciato volendo Miyagi, che ti sei fatta sbattere da lui, che ora sei qui a dirmi cose assurde? Che hai visto una sola partita in tutta la tua cazzo di vita e l'hai vista per lui? Rispondimi! È questo che vuoi ottenere?"
"No, voglio stare con te, è molto più semplice."
"Ah!" forza un tono arrogante, "Tutto quello che hai da dire è che vuoi stare con me? Splendido, Koi, splendido..." le afferra le spalle scuotendola un po’. "Cazzo ma tu le cose le capisci? Io non voglio ‘stare con te’, ti amo, ti amo! Cazzo, lo hai mai capito questo?" pensava che non avrebbe mai potuto dirlo, che aveva perso la sua occasione per spiegarlo con quelle parole, certo semplici, persino abusate, ma ugualmente assolute: ora lo grida, tra la rabbia e la forza.
Koi gli afferra i polsi, stringe molto forte, e Kiyota lascia la presa, scivola con le mani fino a quelle di lei, ma le sfiora soltanto prima di serrare i pugni lungo i fianchi. "Scusami," dice piano.
"Bene," Koi scivola tra le sue spalle, incastra i suoi piedi in quelli di lui. "Nemmeno io voglio stare con te nel modo in cui hai capito... io voglio non abituarmi mai a te. E ci credo," fa una pausa molto lunga; con il viso affondato nel petto di Kiyota, Koi non si preoccupa del silenzio.
Kiyota le appoggia le mani sui capelli spettinati, le accarezza la testa piano: "Ci credo anche io, ma... quante altre persone sono in grado di non farsi addomesticare del tutto?"
Koi gli sfiora in fretta le labbra: "Io credo proprio nessuna... e ho voluto verificarlo fino in fondo quando non ce ne era bisogno..." pensa che davvero non ha avuto valore quella notte dilatata, a sfregarsi contro la pelle di un uomo diverso da Kiyota.
"A te lui piaceva," le ripete, di nuovo lo sguardo freddo di dolore.
"Mi sembrava che io e te fossimo in due solo per abitudine, qualcosa che c’è perché così deve essere... e trovare in una cosa sconosciuta il tuo stesso sguardo presuntuoso e ostinato... sì, mi piaceva per quello, perché era come te, ma era qualcosa di nuovo, di cui non conoscevo le reazioni... credevo di non conoscerle." Le sensazioni vanno più in fretta della sua capacità di parlare.
Kiyota sa che non hanno nessun senso queste domande, né le risposte che Koi cerca di dargli, ma ne ha bisogno, ha sentito troppo male per fidarsi di nuovo: "Credevi..." sottolinea quella parola appena sentita.
"Sì, credevo. Non ha fatto nient’altro se non quello che potevo immaginare. Con te non sono mai riuscita a prevedere le cose," sorride scuotendo la testa.
"Se è per questo nemmeno io con te," la interrompe Kiyota, lei torna seria, lo guarda in viso.
Si sorridono entrambi, c’è un cielo nuvoloso sopra di loro, scuro come i capelli di Kiyota e i vestiti di Koi, infinito come sembra infinito il resto, infinito come sperano sia, anche se non se lo diranno mai. Un bacio che è quello di sempre perché ha sapore di casa, ma è diverso perché sanno che non lo vivranno più identico, in tutti gli istanti passati e futuri c’è qualcosa che li rende nuovi. Basta questa certezza, è tutto quello che hanno e desiderano.
Koi allontana un po’ Kiyota: "Non penserai che ho falsato la data, vero?"
Lui non capisce, getta uno sguardo sul foglio che lei ha spiegato tra le dita, fatica a mettere a fuoco, poi vede la data, 30 luglio, il giorno prima della partita contro lo Shohoku. "No," le risponde prima di leggere dalla sua grafia non lineare.
30 luglio
Domani vedrò per la prima volta una partita del Kainan
.

FINE

post scriptum, tre anni dopo
A rileggerla fa un po' effetto, e non mi convince del tutto...

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