Contro la pelle sbagliata
*6*

"Che fai qui?" si trova di fronte un viso che la spaventa, immobile e per questo terribile, la accusa ancora prima di parlare.
"Sono tornato ieri."
Ayako abbassa la testa, solo un momento, poi torna a guardarlo, e sorride, anche se c’è molta tristezza, e sa che la colpa è solo sua.
Si riempie la bocca di arachidi, le inghiotte frenetica, aspettando che Jin dica qualcosa, se ha ancora senso.
"Hai fame?" le chiede ed è anche pulito.
"Un po’... senti, hai qualcosa da dirmi?"
Jin ingoia con forza un po’ di tè, la guarda inclinando la testa e gli occhi sembrano soltanto troppo giovani per i suoi anni : "Beh... come va?"
"Bene..." risponde forzata, respira, "Scusami..." e vorrebbe continuare, riuscire a dire tutto quello che le rimane bloccato in gola, dal rimorso, dalla sensazione di impuro.
"Almeno è servito? Voglio dire... hai ottenuto il tuo scopo?" Jin sa di non essere in grado di sentire rabbia, è un’emozione che potrebbe travolgerlo, che non conosce e ne ha paura, molta. Ma quanti riderebbero se raccontasse che Ayako ha fatto di lui ciò che voleva?
"Non lo so... non lo vedo dal giorno in cui siamo tornati da Hiroshima," lei solleva lo sguardo in quello di Jin e vorrebbe avere parole, o almeno vorrebbe che lui la attaccasse, la odiasse, e invece sembra guardarla solo con compassione. Fa quasi male. "Akajima?" chiede solo.
Jin sospira appena, persino quel gesto sembra costare molto alla sua calma forzata: "Ayako, sono cose passate, non hanno importanza".
Già. Non importa che lei gli sia saltata al collo dopo la partita contro lo Shohoku, anche quello è passato da quasi un mese, e da un anno è passato il loro amore. Lo ha usato e sorpreso e ferito, forse, ma contava solo fare male il più possibile a Miyagi.
"Mi dispiace," trova parole diverse, ma ripete sempre la stessa cosa.
"Lascia perdere, ho voluto vederti solo per chiederti di non farlo mai più," è molto distante la voce, non sta domandando, sta giurando che non le perdonerà un’altra cosa del genere.
Jin ricorda bene quel pomeriggio, il sorriso per avere vinto, la stanchezza che non pesava nemmeno e poi lei, che lo aveva fermato prima che uscissero gli altri e aveva aspettato di sentirne le voci per baciarlo, con una violenza disgustosa. E lui non la aveva rifiutata, è questo che non riesce a sopportare. Non se lo può perdonare, e non perché la sera la aveva cercata di nuovo, no, nemmeno per avere fatto l’amore con lei appena fuori dalla pensione. Non si perdona di avere tradito chi con lui il tempo lo divide per amore e non per vendetta. Non si perdona, ma sa che non potrà mai dire ad Akajima cosa ha fatto davvero, troppo crudele ed egoista vomitarle il suo peccato in faccia, lava solo la coscienza, e la lava male.
"Non lo farò," le sente dire, molto piano. "Ma poi sei tu a non avermi allontanata, avresti potuto farlo..."
Then you fall so far from grace
You wouldn´t know a kiss
If it was on your face
...
Jin ride, di una smorfia amara, pensa che la canzone che stanno suonando ha davvero delle parole del cazzo: "Abbiamo creato un mondo con quello spettacolo, chi non conosce Akajima crede che io stia con te, come lo credono Miyagi e Yasuda, no? Non era quello che volevi?"
"Chi ha visto Akajima?" gli chiede a bruciapelo, non può non rispondere.
"Fukuda," dice solo, è sufficiente.
"Lo hai detto a Kiyota?" ancora domande, come se Ayako desideri solo ricomporre frammenti che vede soltanto lei, che il suo egoismo le indica.
"Non è il momento migliore per parlargli," si limita a rispondere.
"Alla fine non ho ottenuto nulla... e magari sono insieme in questo momento."
Jin stringe i pugni sotto il tavolo, respira forte per non gridare, non vuole, non deve. Guarda Ayako e forse non è la stessa ragazza con cui ha vissuto una manciata di mesi un anno fa, la guarda e sa che nonostante quel loro stare insieme ormai finito, lui non le deve nulla, ed è stupido non averla colpita, è stupido lo schiaffo dato a Koi, è stupido non avere spinto lontana Ayako quel giorno e quella notte: sarebbe bastato dire ‘no’, e non prenderla sapendo di volere un’altra ragazza, sapendo di essere lì solo perché Akajima non si è mai concessa.
You know the stuff is poison
But you gotta have a taste
...
Scuote la testa e allontana l’eco di questa canzone che sembra parlare di lui: "Dovevi immaginarlo," lo guarda senza capire. "Dovevi immaginare che non è facendoti un altro che avresti tenuto Miyagi a cuccia." Stonano un po’ certe parole in bocca a Jin.
"Non volevo tenerlo a cuccia... volevo..."
"Cosa volevi?" la sfida.
Ayako chiude gli occhi un istante, cerca una risposta nella sua testa ed è una risposta che non troverà mai, perché sbaglia il luogo. Sa solo che quel giorno voleva farla pagare a Miyagi, cancellare dagli occhi di lui quell’espressione indecifrabile che gli vedeva per Koi, sputare su di lui e su di lei. Gelosia, o qualcosa del genere. Ma perché? Lei non lo vuole davvero, non lo ha mai voluto; questo le grida il suo cervello perforandole i sensi e le emozioni, lo grida da sempre, da quando lo vide la prima volta con quel viso rabbioso. Eppure ha fatto di tutto per colpirlo dove credeva facesse più male, prendendo Jin davanti a tutti, aspettando la reazione di Miyagi che poi era stata senza senso, perché anche quando aveva colpito Jin, lui lo aveva fatto per Koi.
Ha cercato di fare male a quel ragazzino indisponente e ha quasi ammazzato Jin. A questo punto può solo sentire disgusto verso se stessa. Nient’altro.
Quando Jin si alza e la saluta, lei muove appena la mano, lo guarda uscire dal locale, le spalle larghe e magre, molto magre, pensa che un giorno le aveva strette per amore o per qualcosa che gli somigliava.
Chiede ancora dell’acqua, e pensa. Non ha sopportato di vedere Miyagi con un’altra, ma non si era fatta domande quel pomeriggio lontano del loro secondo anno, quando persero contro il Kainan e l’unico pensiero che la vinse nel male della sconfitta fu di cercare il numero sei, il numero sei della squadra avversaria. Poi come fosse iniziata e continuata in questo momento non ha nessuna importanza. È riuscita a sporcare quei ricordi pure dolci con il suo gesto, lo ha fatto per Miyagi, e non c’è nemmeno un perché. Probabilmente lui è da qualche parte con Koi, che ha questo muso da ragazzo e una voce fastidiosa, almeno per Ayako: la stringe? Le vuole bene o la vuole soltanto?
Ha senso domandarselo ora, dopo avere sputato in faccia a Miyagi un amore che non c’è, solo per non rimanere immobile, a guardarlo innamorarsi di un’altra donna? Ha senso?

Jin cammina, ha nelle orecchie suoni dolci ora, non ama molto la musica americana, perché non ne capisce un cazzo, come gli dice sempre Kiyota, o perché preferisce la sua lingua, più dolce e cadenzata, come crede lui. Muove la testa a questo suono, dimenticando le parole modulate che hanno accompagnato le parole sue e di Ayako poco fa; i capelli seguono i suoi gesti, vorrebbe davvero correre da Akajima e guardare i suoi capelli quasi bianchi per le decolorazioni e stringerla e dire "andiamo" e raccontarle di avere preso Ayako per rabbia e solitudine, una notte vissuta sul passato, per richiudere ferite di un abbandono che Jin non aveva saputo capire. Ricorda il viso di Ayako dirgli addio rimanendo immobile, ricorda che faceva freddo e che non c’era una ragione, solo la fine di qualcosa che non può essere spiegato a parole.
Vorrebbe raccontare tutte queste cose a Akajima, ma sa che non lo farà, mai. E se accadrà, sarà perché si stanno dicendo addio anche loro.
Per un istante pensa a Kiyota, che ora forse sta sentendo ancora male, o che ha già dimenticato tutto, non sa dirlo. Avrebbe voglia di parlargli, ma non ora. Ora deve mettere ordine in se stesso. Non sa ancora che lei, ragazzina coi capelli artificiali, ha già deciso, per entrambi.

Non c’è nessuna ragione per cui sia piegato sul lavandino a vomitare anche l’anima, Sakuragi lo guarda dal tavolo e vorrebbe aiutarlo, ma il sakè gli gira nel corpo intorpidendo i suoi gesti.
"Sei di stomaco debole, eh?" biascica verso l’amico: nessuna risposta.
Minuti riempiti solo dai versi di Miyagi, ed è strano che reagisca così, di solito sopporta l’alcol, fino all’ultima goccia, fino al sonno.
Si fa cadere sulla sedia, sfregandosi la bocca con la manica: "Magari se non mi parli mentre rendo l’anima".
"Scusa, ma non ti ho chiesto io di farmi compagnia, so bere anche da solo."
"Appunto," Miyagi guarda Sakuragi, sa che trascorre le serate in questo modo stupido da molto tempo, troppo. Si chiude tra queste mura umide e beve fino a che anche piangere diventa impossibile. Non credeva possibile vederlo soffrire così, non per uno come Rukawa che non gli ha mai dato nulla, che ha solo preso. E che alla fine ha scelto di rischiare. Anche Miyagi ha rischiato, in un certo senso.
"Tra una settimana inizia il ritiro," si sente dire, la voce di Sakuragi è impastata, ma dice il male. Ci mette qualche secondo a capire, ora che il suo stomaco è svuotato, la testa corre in fretta, ma non abbastanza.
"Già..." nota, e pensa che ci sarà anche Kiyota. E Rukawa. "Forse è un bene che tu non venga," Sakuragi lo fissa, ha uno sguardo cupo che non promette nulla di buono. "Sì... se tu venissi, saremmo in due a vederci spaccare la faccia, no?"
L’altro sospira, si allunga verso la bottiglia ormai vuota, Miyagi gliela allontana dalle dita: "E che cazzo sei? Mia madre?" lo aggredisce subito.
"No, un tuo amico... ci sono modi migliori per annegare i dispiaceri," tenta un sorriso, ma questa volta non ha davvero forze per buttarla sul ridere. Non c’è nulla da ridere.
"Io vorrei sapere chi è quello stronzo che ha detto che se si ama davvero si vuole solo che l’altro sia felice... è una cazzata."
Miyagi ci pensa un istante: Sakuragi ha ragione, è una cazzata. Lui non sa bene cosa significhi amare sul serio, ma sa cosa significhi non vedere altro che lei, e sa che non esiste felicità senza di lei, sa che odia che lei sorrida se non è accanto a lui.
"Io lo ammazzerei, li ammazzerei..." Sakuragi ha un tono di odio e dolore.
"Non è ancora tornato, vero?"
"No. È in vacanza con quell’altro cretino e con quella puttana." Giusto. La puttana è Koi. Sakuragi se ne rende conto con quel minimo ritardo sufficiente a terminare la frase. "Scusa..." farfuglia, "non volevo dire questo, cioè... mi dispiace..."
"Lascia stare Hanamichi, sappiamo entrambi che non è così," però quell’offesa Miyagi la ha ugualmente sulle labbra, non per Koi, certo.
"Tu come stai?"
Miyagi si schiaccia le tempie tra i palmi, come quando in partita si sistema quei capelli senza regole, si sente una risata amara: "Di merda".
Sakuragi pensa a Koi, lontana, ed è certo che sia questo a ferire Miyagi, saperla distante, fisicamente intoccabile, deve essere difficile.
"Quando torna?" e sa che la risposta gli racconterà anche di Rukawa.
"Non lo so... non abbiamo avuto molto da dirci dopo quella sera."
Questo merita di essere ascoltato: "Che vuoi dire?" chiede Sakuragi, tentando di nuovo di afferrare la bottiglia, per aumentare la distanza tra se stesso e i suoi sentimenti.
"Ma nulla... solo che non abbiamo avuto molto tempo, è partita subito," guarda l’orologio alla parete. "È tardi, devo andare."
Sakuragi non si alza nemmeno per accompagnarlo, Miyagi si infila in fretta le scarpe ed esce, l’aria è abbastanza fresca da risvegliare del tutto il suo viso, il suo corpo. La sua testa.
Cammina lentamente, ha addosso la malinconia per non essere riuscito a rimanere accanto a Sakuragi, mai. E sa bene quanto male abbia sentito quel suo amico incontenibile, quanto ne stia sentendo ora, ma forse è vero che la felicità è a numero chiuso e se la prendono gli altri, tu sei fuori, almeno per un po’. Miyagi non è felice, per niente.
Certo è stato bello prendere Koi in quella stanza fragile, con il timore che ogni sospiro filtrasse da quei maledetti fusuma, con la pelle calda di lei e le mani di lui che giocavano tra i suoi capelli corti. Bello, come è bello il sesso, indipendentemente da tutto, quando va bene. È stata la sua seconda donna, in fondo, ed era ancora tutta una scoperta, cose poco conosciute che si delineavano lentamente nei gesti di lei, che certo ne sa di più, ma non glielo ha fatto pesare. Miyagi si ferma, nel parco le altalene sono immobili, ne sfiora una, si siede. E l’immagine di quella notte è piantata nel cervello.
Quando pensa alle donne che ha avuto, il pensiero è sempre uguale, sempre nauseante: sono loro ad essersi prese lui, lo sa bene, anche se il suo orgoglio di maschio vorrebbe far svanire questa sensazione; è persino umiliante pensare che le donne lo hanno preso per gioco, o per noia. Ma, soprattutto, fa male pensare che lui non si sia tirato indietro. Voleva Koi, la voleva il suo corpo e la voleva la sua anima, ma poi cosa è rimasto? Nulla. Lei è tornata da Kiyota, per quanto ne sa. Perché Koi, alla fine, non gli ha detto di non stare più con lui, non gli ha detto nulla, la sola cosa che Miyagi sa è che è scivolata dal futon senza parlare e si è rivestita in fretta, molto in fretta. Le aveva chiesto se stesse scappando, e la risposta fu la peggiore possibile: "Dovresti chiedertelo tu, se stai scappando," e è certo che stesse piangendo.
"Sono davvero uno stronzo," dice al suo riflesso tremante. L’idea che lei stesse con Kiyota, quel suo andare via, gli hanno fatto male, ma lo hanno colpito nell’orgoglio, e non si piegherà mai a cercarla. Non gli interessa. Si chiede se Koi davvero andrà da lui, se tornerà dal suo viaggio e lo cercherà, si chiede se ci sarebbero davvero parole, se sarebbe necessarie.
"Che fai?"
Si volta, il viso stanco di Sakuragi si sforza di sorridere, ed è una fatica infinita, lo vede bene. "Che fai tu," chiede.
Sakuragi si siede sull’altalena, oscilla tenendo i piedi fermi a terra: "Volevo vedere che non ti stessi suicidando".
"Oh, grazie. Pensavo di mandarti un telegramma la volta che lo faccio sul serio."
Miyagi non gli ha mai visto quell’espressione, mescola rabbia, ma anche qualcosa che sembra paura, poi si stempera, improvvisa come è venuta: "Non dirlo più," ed è una preghiera.
Gli sorride, appoggiando la mano sulla spalla, un gesto saldo di presenza: "Scherzavo".
"Perché sei andato via?"
"Perché volevo tirarti un po’ fuori e invece mi sono pianto addosso..."
Sakuragi gli picchietta la mano, guarda a terra: "Dai... passa tutto, no?"
"Anche essere andato a letto con una persona che ha un ragazzo?"
"Anche quello."
Miyagi non ne è convinto, c’è qualcosa che si inceppa nei suoi ricordi di quella notte: "Non credo di volere che torni da me," sospira, chiudendo gli occhi sul cielo e su se stesso.
"Yasuda?" si sente chiedere, e quanto male può fare questo nome a Sakuragi?
"Già... voglio dire, non si è nemmeno scusata, né fatta sentire..."
"Ma si può sapere che è successo davvero?"
Prende fiato, forse raccontarlo metterà un po’ d’ordine. "Niente, abbiamo fatto quello che sai bene e poi se ne è andata... ho provato a chiederle di Kiyota e ha detto solo che ci avrebbe pensato, poi è tornata subito qui... ed è partita. Mi ha telefonato dopo una settimana."
"E cosa ti ha detto?" ancora domande.
"Cazzate, un’infinita serie di cazzate. Senza accennare a quella notte." Miyagi si alza in piedi, fa qualche passo senza scopo, si volta di nuovo verso Sakuragi: "E sai qual è il problema? Che non sono così sicuro che avrei voluto andasse diversamente".
Lo sguardo che riceve sarebbe già esaustivo, ma Sakuragi chiede ugualmente: "Che vuoi dire?"
Si passa una mano sul viso, premendo forte sugli occhi: "Non so... forse che mi va bene che sia andata così, lei che se ne va, è vero, ma io che nemmeno la cerco".
"Avresti voluto farlo?"
Miyagi ha in bocca le parole di una canzone, molto cinica e molto vera.
I feel just like I’m losin´ my mind
‘cause love is like the right dress
on the wrong girl
...
"No," risponde, senza espressione.
"Ryochan..." Sakuragi sembra avere paura delle stesse parole, "È ancora per Ayako?" lo chiede in un sussurro.
Miyagi chiude gli occhi, stringe forte, vorrebbe solo dormire, e torna la voglia di bere: "Sì".
Non c’è più molto da dire, rimangono alcune domande, su se stesso, su Koi, se tornerà, se lo cercherà. E poi Ayako, su di lei non ha domande, nessuna.
E rimbomba ancora quella canzone nella sua bocca.
Up in smoke you´ve lost another lover...

Credits: la canzone che Jin ascolta e Miyagi ha in testa è "Ain’t that a bitch" degli Aerosmith, © degli aventi diritto.


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