Contro la pelle sbagliata
*5*

Guarda Ayako parlare con Rukawa o meglio, parlare con davanti Rukawa: è in pessima forma, se ne sono accorti tutti, Sakuragi per primo, che ora ha questo sguardo desolato.
La partita sta per iniziare e Miyagi ha la testa schiacciata altrove, prova a ricordare la voce di Koi che gli chiede a che ora avrebbero giocato, che dice: "Pensavo di venire".
Quando finirà il campionato, comunque vada, ci sarà tempo, molto tempo, riesce a vedere Ayako in quei giorni, ma se pensa a parole che fanno stare bene ha davanti l’immagine di Koi, con quella sua assurda capacità di passare dall’esaltazione alla depressione più cupa in mezzo secondo, una voglia di vivere non del tutto spontanea ma che va forte, a volte troppo per lui.
"Credo sia arrivato il punto di rottura," Sakuragi gli parla rimanendo alle sue spalle. "Con questa storia della stanza, intendo."
"Hanamichi¼ " Miyagi guarda verso le matricole, distanti dal loro discorso solo per rispetto. "Forse non è il momento migliore per parlarne. Pensa al Kainan." Passa accanto a Rukawa e ad Ayako: sente le parole sicure di lei e può immaginare lo sguardo vitreo di lui, per un istante il profumo zuccherino di Ayako gli ferma il respiro. È un odore così diverso da quello di Koi, lo sa, non serve dirselo, né pensarci troppo, è qualcosa che c’è, indipendentemente da tutto.
"Senpai?"
Miyagi sta sistemando le schede dei giocatori: "Dimmi, Rukawa," non si volta nemmeno.
"Hai notizie di Yasuda?"
"Ha detto che forse sarebbe venuta a vederci," ci pensa un po’, "con suo fratello. Ora andiamo in campo," grida alla squadra di crederci. Miyagi guarda le tribune, si chiede se Koi c’è davvero, da qualche parte.

"Ecco, avranno già iniziato!" le dice entrando, vengono colpiti dalle grida di incoraggiamento, dall’odore del sudore che sembra molto selvatico. Koi vede subito Miyagi, corre veloce, ma non tira, passa a Mitsui ed è un canestro da tre. Vede anche Kiyota.
"Ci sediamo da qualche parte?"
Koi guarda le tribune, nota uno striscione di dubbio gusto con uno slogan assurdo, ‘anima ardente Mitchan’, e sente il rumore di bottiglie contro le balaustre: "Là va bene?" aspetta una risposta che non arriva. "Yasu? Ehi!"
Yasuharu ha gli occhi distanti, incollati in un campo visivo che varia in base agli spostamenti di Rukawa, per un momento anche Koi si perde in quei gesti, non è in grado di capire cosa Rukawa stia facendo, quali siano le regole del gioco, ma sembra una musica quella che lui sprigiona dal suo corpo, e se non può incantare tutti i presenti, certo si è incollata nella testa di suo fratello.
"Yasu..." una mezza preghiera.
"Sì, scusami... è così bello... non è cambiato nulla, è solo ancora più bravo."
Koi butta di nuovo uno sguardo in campo, c’è qualcosa che stona e non è nel tabellone, non lo ha nemmeno guardato, non è nemmeno nell’espressione un po’ insofferente di Yasuharu: Miyagi ha una maglia rossa, con il numero sette impresso a fondo nella stoffa.
"Allora ci sediamo?" scuote la testa per svuotarla un po’.
Jin sta per tirare e le marcature dello Shohoku sono saltate tutte, così si trova di fronte Rukawa, sa perfettamente di non potercela fare: finta un passaggio e ci spera, ingenuo nel gioco come nella vita. Kiyota salta, più in alto che può, e nel suo gesto c’è tutta la forza di chi ci crede davvero, eppure la palla la sfiora soltanto, gli viene strappata a forza da Sakuragi, che forse non ci crede, ma ha le risorse sufficienti per illudersene.
Time out per il Kainan.
"Beh?" Koi osserva le squadre raggiungere le panchine con uno sguardo profondamente disinteressato.
"Dai, è un time out. Ce ne sono due per squadra in ogni partita e sono chiesti dal coach nei momenti critici."
"Sì, guarda che qualcosa ne so, anche se non mi interessa, vivere con te e..." deglutisce, un istante di silenzio che condensa moltissimi ricordi, uno schiaffo pungente. "Nobunaga parlava di basket ancora più di te."
"Vuoi andare a salutare Ryota?" Yasuharu le sorride come potrebbe fare ad un bambino, la stessa condiscendenza nello sguardo.
"Dopo, Ryota sa che saremmo venuti."
"Saremmo?"
"Sì," e non ha più voglia di parlare, mentre la palla ricomincia a girare frenetica tra le dita dei giocatori, appoggia la testa sulla spalla di Yasuharu, socchiude gli occhi per mettere a fuoco e osserva. Tra tutto il pubblico, sembra che solo lei e Ayako siano sospese in un nulla che impedisce loro di vedere quello che davvero sta avvenendo.
"Ho detto che il sette lo marco io!" Kiyota grida mentre il laccio gli scivola dai capelli ad accentuare l’arroganza del suo sguardo e del suo gioco.
"Lascia fare!" ordina Jin al loro playmaker.
Kiyota raggiunge Miyagi, fermo in mezzo al campo il capitano dirige i compagni, un pensiero al tempo che rimane: "Forza!" grida. "Il loro scorer è Jin!"
Gli sguardi dei giocatori dello Shohoku si fissano sul viso delicato del capitano avversario, sembra non avere né la presenza né il carisma per reggere il ruolo.
"Miyagi, stai zitto," Kiyota lo fissa, gli occhi sono solo una fessura, gelidi si piantano in quelli di Miyagi: è la prima volta che Kiyota non si sta divertendo durante una partita. Tocca appena la palla, elude per il tempo sufficiente il palleggio basso di Miyagi e corre, farà tutto da solo, un’azione rabbiosa conclusa con un semplice lay up, che lascia i suoi compagni a bocca aperta più di quanto avrebbe potuto fare un dunk: Kiyota Nobunaga che segna con un tiro così poco spettacolare entrerà di diritto nelle leggende del Kainan.
Il gioco riprende, muscoli e emozioni che scattano all’unisono.
"Fallo del dieci bianco," naturalmente su Ryota che ora ha due tiri liberi da segnare con la sola forza della speranza, e sbagliarne soltanto uno sembra già sufficiente.
Fine primo tempo.
Miyagi dice qualcosa a Rukawa, ma il numero undici rimane fermo in mezzo al campo, solleva la testa con un gesto lento che innalza visibilmente il livello di isterismo del suo fan club e scorre la platea, una volta, due volte, cerca una macchia nera con accanto gli occhi svelti di Yasuharu: il tono appena sommesso della maglia verde che lui indossa lo colpisce prima del suo viso, in fondo solo una sagoma troppo distante. Si chiede se Yasuharu lo ha capito, se ha seguito le sue azioni e ha sentito quello che lui cercava disperatamente di dirgli attraverso il linguaggio senza suoni del gioco: non sta correndo per la squadra, ma nemmeno per se stesso. Nel suo modo irripetibile, Rukawa sta giocando per Yasuharu.
Distoglie lo sguardo molto in fretta e raggiunge i compagni.
"Guardava te?" Koi lo chiede perché è davvero difficile capire dove fossero puntati gli occhi di Rukawa, e perché le sembra impossibile credere che dal campo si possano riconoscere dei visi nella confusione del pubblico.
"Devi avere messo piede almeno una volta in campo per capirlo: alzi la testa e vedi prima una macchia di colori mescolati, poi si separano piano e puoi vedere tutto, anche le espressioni dei visi di chi ti sta guardando. Sei in campo e cerchi le persone a cui vuoi bene sugli spalti... ma tu non sei mai venuta e Kaede era lì con me... non ho cercato molto spesso tra il pubblico."
Koi vorrebbe avere visto anche una sola partita di suo fratello, ma ha perso per sempre la sua occasione e lo sa fin troppo bene. Yasuharu si alza, appoggia le mani alla balaustra e chiude gli occhi: "Devo dirglielo..." lei rimane in silenzio, "che non andrò a studiare fuori città".
"Secondo te servirà a qualcosa?" anche Koi si è alzata, dà le spalle al campo e guarda appena Yasuharu.
"Non lo so, ma se anche avessi una sola carta, io me la gioco, Koi. Non me ne frega niente di umiliarmi, se Kaede vuole ridere di me ha già tutte le ragioni che gli servono, ma a questo punto credo di poter essere orgoglioso dei miei sentimenti, si sono dimostrati più forti di qualunque altra cosa, anche del fatto che si sbatta un altro uomo..." stringe le dita intorno al ferro, Koi lo abbraccia di istinto.
"C’è Koi..."
Jin si volta verso Kiyota asciugandosi il viso: "Cosa hai detto?"
"C’è Koi," ripete, lo sguardo fisso sull’abbraccio stretto dei due fratelli: non passa, no.
"Sei sicuro?"
"Jin... Jin levati dalle palle, tu e le tue domande del cazzo, ma sei scemo o cosa? Lo sai, vero? Lo sai che non è mai venuta a vedere una partita e ora è qui a vedere quel... quel figlio di puttana di Miyagi!"
L’arbitro fischia la fine dell’incontro: il pubblico grida di gioia o delusione, Kiyota è stato espulso dopo sette minuti dalla ripresa del gioco, ha atterrato Miyagi due volte; Rukawa ha segnato ogni singolo canestro pensando a Yasuharu, Sakuragi ha giocato per non pensare, Miyagi si massaggia il polso su cui Kiyota è caduto nel primo attacco. E il Kainan ha vinto, naturalmente, eliminando lo Shohoku alla prima partita di campionato. A Kiyota non importa nemmeno molto di questa vittoria, ha troppa rabbia addosso.
"Sta piangendo..."
Koi guarda subito Rukawa, ora un po’ più vicino: "Ma cosa stai dicendo?"
"Ti dico che sta piangendo, anche se non lo vedi," in un attimo Yasuharu si sporge fino al limite, Koi ha quasi paura che possa cadere: "Kaede!" grida scandendo il nome, il viso di Rukawa si alza sicuro verso di lui. "Aspetta! Aspettami lì!"
"Muoviti, allora," e nonostante il tono distaccato, non gli ha detto di non farlo, gli ha chiesto di andare da lui: è tutto quello di cui ha bisogno.
Yasuharu scende le scale a due a due, il cuore in gola e la speranza, che può essere un abisso infinito di illusioni ma fa andare avanti le sue gambe insieme all’anima; scende di corsa ma Sakuragi ha comunque il tempo sufficiente per afferrare Rukawa per la divisa, stringe con tutte le sue forze: "Almeno abbi la decenza di levarti da davanti ai miei occhi con questo spettacolo".
Contrariamente a tutte le aspettative dei compagni, Rukawa non reagisce, appoggia solo la mano su quella di Sakuragi, con un gesto insolitamente dolce: "Sì, hai ragione," lo dice piano, ma gli sembra di averlo urlato, e per la prima volta si sente soltanto colpevole e vigliacco, per avere scelto di essere amato e non di amare, per essere scappato da Yasuharu, ma, anche, per avere fatto tutto il male possibile a Sakuragi.
Yasuharu coglie solo il gesto violento di Sakuragi, spalanca gli occhi e rimane immobile in fondo agli scalini, vorrebbe allontanare quella mano da Rukawa, spingere Sakuragi distante e far esplodere un odio che il rosso non merita, ma lui non sa impedirsi. Vorrebbe anche afferrare le dita di Rukawa e portarlo via. Rimane fermo solo i pochi secondi sufficienti perché Rukawa si accorga della sua presenza e inizi a camminare verso di lui: "Andiamo fuori," si sente dire.
Hanno camminato abbastanza per sentirsi lontani da tutto il resto e quest’erba sconosciuta ha un buon odore, o forse sono loro che portano nei loro gesti il profumo di casa. Il silenzio dura molto poco, Yasuharu non ha più voglia né forze per questi giochi: "Sai quando te ne sei andato l’altra volta?"
Rukawa si ferma, senza guardarlo: "Sì, quando ti ho detto che saresti andato via".
"Già. Kaede... io avevo ancora una cosa da dirti," tende la mano verso quella di lui, ma la trattiene appena prima di sfiorarla.
"Yasuharu..." si volta verso quel viso teso. "Lascia perdere. Non è una questione di andare via," a sentire queste parole il sangue si cristallizza, bloccandogli i battiti, o almeno questa è la sensazione, non riesce a dire nulla e Rukawa continua: "È un’altra cosa, è che sono una testa di cazzo che si fotte da solo. Tua sorella ha perfettamente ragione".
"Cosa c’entra lei adesso?" e ha un tono di un’insofferenza arrabbiata.
"Niente, non ha importanza ora," allarga il palmo della sua mano, grande abbastanza per prendere ogni palla, anche se la prima volta che Yasuharu ha pensato una cosa del genere stava stringendo le dita di Sakuragi, ricordi lontanissimi della partita contro il Sannoh. Rukawa la allunga verso di lui in un gesto che potrebbe chiedere molte cose, ma Yasuharu sente l’istinto a sfuggirla, a non fidarsi di una sensazione, però ricorda: quante volte Rukawa gli aveva detto molte cose semplicemente così? Allungava le dita e aspettava che Yasuharu ci appoggiasse le sue. Molte volte, troppe.
Avvicina incerto la sua mano: "Questa volta devi mettere i sottotitoli, Kaede, mi dispiace," gli dice fermando le dita ad un soffio da lui.
"Ti amo," chiude gli occhi mentre lo dice, una forma infantile di pudore, ma non abbassa la mano, rimarrebbe in quella posizione fino a consumarsi, in attesa di sentirsi di nuovo addosso il calore di Yasuharu.
Non deve aspettare molto: si sente stringere forte le dita e poi il fremere leggero del corpo di Yasuharu contro di lui, non può vederlo piangere, ma non ha alcuna importanza, nasconde la testa tra le sue spalle, e Rukawa lo stringe molto forte, è bello anche questo.
"Yasu... mi dispiace," deglutisce contro il compagno. "Sei sicuro di volere una persona come me?"
Yasuharu sente le lacrime asciugarsi, ma ad ogni modo erano lacrime dolci, che scivolando sul suo viso gli hanno svuotato l’anima di un male scontato ma impossibile da cancellare prima di quella frase, ‘ti amo’. Non sperava di sentirla di nuovo, non da lui. Gli afferra il viso tra le mani, inclina la testa: "Anche io, Kaede".
Anche lui.
Disarmante nell’essere assolutamente ovvio, ma quanto male per capirlo?
Rukawa sorride, bacia piano il naso di Yasuharu: "Gli mancavi," sorride.
"A chi?"
"Al mio naso, no?" e Yasuharu lo sorprende baciandogli le labbra secche, ha molta voglia di fare l’amore con lui.

Koi è ancora sugli spalti, aspetta qualche minuto fissando il campo vuoto, mentre le voci e i corpi si allontanano: si chiede se Yasuharu sia con Rukawa in questo momento, e pensa che ha solo voglia di essere vicina a Miyagi, senza il peso di un altro uomo. Anche se non servirà a nulla e sarà solo umiliante, in questo momento desidera solo fare ciò che sente e invidia la forza di suo fratello, lei non sarebbe mai riuscita a gridare il nome di Miyagi a quel modo.
Esce lentamente dalla palestra: anche il sole sembra qualcosa di insopportabile.
"Aya con Jin?!"
"Jin la checca del Kainan?"
"Ma non lo davano dieci a uno con Fukuda?"
"Dalla laringectomia che le sta facendo direi di no."
Koi fissa lo sguardo oltre le spalle dei giocatori dello Shohoku, Ayako è aggrappata alle spalle di Jin, e non sono sufficientemente lontani.
Miyagi le passa accanto senza vederla, si avvicina di un passo ai compagni, perché la voce tagli ancora più forte nelle loro frasi stupide e in questa sensazione nauseante: "Avete finito?"
Ma non c’è tempo per rispondere, per giustificare, non avrebbe nessun valore, non con questo pugno sordo che gli spacca l’anima.
Li supera raggiungendo Ayako, che ha appena allontanato Jin dal suo corpo: "Allora è per questo che non hai pianto per la nostra sconfitta," è tutto quello che Miyagi ha da dirle.
Jin è immobile, non difende lei, non attacca lui; Kiyota raggiunge il gruppo in questo momento, pochi secondi per capire, per sentire che ormai non avrebbe più senso nemmeno massacrare Miyagi. Il figlio di puttana deve rinunciare ad Ayako, ora; per la prima volta la vede con un altro uomo e questo uccide anche le illusioni, Kiyota lo sa molto bene.
Miyagi ha i pugni serrati, ma già si sta allontanando da Ayako, respira forte e vede Koi: lo guarda con gli occhi spalancati, sembrano congelati in se stessi. Che non porta gli occhiali è la sola cosa che riesce a pensare, prima di avere solo voglia di andare da lei.
"Ryochan! Tutto a posto?" dove Sakuragi trovi la forza di fare questa domanda nonostante il cuore stia chiamando Rukawa, non sono cose che riguardano Miyagi, non in questo momento.
"Koi..."
Lei sente la voce di suo fratello alle spalle: da quanto tempo è lì? Senza dubbio quello sufficiente, come sempre. "Mi viene da piangere," dice piano, abbassando la testa e stringendo le spalle in quel gesto arreso, Kiyota è già andato via, ma non ha alcuna importanza.
"Perché?" non è la voce di Yasuharu, è più sicura e meno fragile; solleva il viso e non c’è rabbia negli occhi di Miyagi, le si incollano addosso e vorrebbe abbracciarlo, ma non ha forza, dovrebbe essere felice, lui dovrà rinunciare ad Ayako e Koi potrebbe vestire bene il ruolo della iena, accontentandosi degli avanzi. Potrebbe averlo, ora: è semplice leccare le ferite di un altro, semplice e svilente. Per questo ha voglia di piangere.
"Perché avete perso," risponde seria, dando la risposta più ovvia, ma ha uno sguardo desolato che non si allontana dai lineamenti di Miyagi.
"Ma il tuo ragazzo ha vinto, non sei contenta?" lo chiede con un tono provocatorio, non è facile mandare giù una sconfitta che va ben al di là del campo: non vede Kiyota, ma sa che c’è, gli sembra di sentire l’odore di lui in quello di Koi; e poi c’è il ricordo dei giorni trascorsi accanto ad Ayako, con il numero sette incollato nell’anima, a correre e sfiorare il limite solo per lei, per il suo sorriso che non fu mai per lui e che ora è per un tiratore qualunque, dal viso ingenuo e le spalle forti, quasi un metro e novanta Jin, un metro e novanta in cui Ayako può sparire e amare e non avere paura, mai. Cosa avrebbe potuto darle lui, troppo fragile, troppo stupido?
Koi non trova nemmeno la forza di dirgli che ‘il suo ragazzo’ non è più tale: "Mi dispiace comunque. Ora tornerete a casa subito?"
Miyagi inarca le sopracciglia, uno sguardo distaccato: "Ti facevo più forte, Yasuda". Il male arriva più da quel cognome che dalle parole: proprio ora che non può più sperare di avere Ayako, mette questa distanza tra se stesso e Koi, una distanza che gioca solo sulle parole e sui toni, ma è abbastanza.
"Andiamo, Koichan," Yasuharu le afferra un braccio con un gesto gentile, lei si lascia portare. "Complimenti lo stesso, ragazzi," saluta quella che un giorno era stata la sua squadra.
Rukawa cerca di non guardare verso Yasuharu, spera che il suo silenzio non sembri differente da quello di ogni giorno, che non vi vedano il sorriso. Pensa che, a vedere la scena da fuori, potrebbe essere persino divertente, ma sa molto bene che si stanno solo scontrando modi diversi di sentire il dolore, e non può dire quale male sia destinato a rimanere e quale a sciogliersi. Sa che il suo non esiste più, ma sa anche che è costato moltissimo, soprattutto a Sakuragi; sa che quello di Ayako è solo un’eco, perché lei, in fondo, non ha nulla da giustificare; sa che quello di Koi è molto simile a quello di Ryota, essere un osservatore silenzioso aiuta in questo; la sola cosa che non mette perfettamente a fuoco è la reazione di Kiyota, ma non ha tempo per farsi domande su di lui.
Koi si lascia guidare da Yasuharu, infila una mano nella tasca ampia e tiepida della felpa leggera e sente la carta sfiorare le dita, la stringe nel pugno, ma non vuole gettarla.
"Vuoi tornare subito? Dovremmo essere a casa per domani a pranzo," si sente dire e si ferma.
"No."

Entra nella pensione e sente solo l’ansia di un luogo nuovo, una donna affannata le si avvicina: "Buonasera, posso fare qualcosa per lei?"
"Sto cercando Miyagi Ryota," risponde guardando questo arredamento essenziale, quasi povero. Ha chiesto a Yasuharu l’indirizzo di quel posto, poi lo ha salutato lasciando che per lui e Rukawa ci fosse un luogo buono per le loro parole e i loro silenzi.
"Oh, uno dei ragazzi della squadra di basket?"
"Sì."
"Vado a vedere se è in camera, aspetti qui, per favore."
"Grazie," si siede su un cuscino, appoggia i gomiti sul tavolo stringendosi la testa, non lo sente arrivare.
"Yasuda?!"
Solleva lo sguardo, anche se non ce ne sarebbe bisogno: "Jin, qual buon vento?" sospira, sapendo bene che la risposta ha gli occhi e i colori di Ayako.
"Potrei chiederti la stessa cosa," ha uno sguardo freddo, insolito.
"E la risposta sarebbe più o meno uguale alla tua," risponde lei, alzandosi.
"Non perdi un attimo, eh?"
"Nemmeno tu, fenomenale la vostra performance di oggi. Anche presentarti qui, davvero delicato," ha un tono acido, ma si intravede l’amarezza.
Si sente solo il suono, il palmo che si schianta sul viso e non fa neppure male: Miyagi non fa in tempo a fermare il braccio di Jin, può solo assistere all’impatto e poi colpirlo alle spalle, una gomitata contro la tempia. "Che cazzo fai?!" grida.
Le guance di Koi sono inondate da lacrime silenziose, una scena che non sta vivendo fino in fondo: solo grida che si confondono nella sua testa e aumentano sempre di più; poi Sakuragi, che tiene fermo il corpo nervoso di Miyagi; Mitsui, che incredibilmente non ha nulla da dire; Ayako, che porta via Jin e manda tutti a fottersi, perché tanto lei la sua scelta l’ha già fatta. Assiste senza esserci davvero.
"Ah, lasciami, tanto se ne è andato," Miyagi si divincola dalla stretta, nessuno sta guardando Koi. "Tutto a posto?" le chiede, appoggiando la mano sul viso di lei.
Sembra scuotersi solo in questo momento: "Sì, tranquillo," si sente lo stupido pretesto che lui ha trovato per attaccare Jin, e continua a piangere.
Miyagi le afferra una spalla, costringendola ad appoggiarsi a lui: Koi rimane tesa solo un momento, non ha la lucidità sufficiente per rifiutare quel calore e appoggia i pugni sul petto di lui, stringendo gli occhi sperando di fermare le lacrime.
"Credo che si consolerà presto," nota Mitsui, guardandoli quasi seccato. "Stasera come siamo messi a stanze? Mi troverò improvvisamente te nel letto?"
Sakuragi non risponde nemmeno, si chiude il fusuma alle spalle: Rukawa non tornerà questa notte, probabilmente non tornerà e basta.
"Mi dispiace, Ryota. Probabilmente ero l’ultima persona a dover venire qui," Koi lo dice allontanandosi da lui, si sfrega malamente una manica contro il viso, lo schiaffo di Jin non brucia, le lacrime sì.
Miyagi respira forte: "Andiamo, questo è stato proprio un compleanno del cazzo".
"Lo so... ero venuta per questo," sospira lei.
Sakuragi vede Miyagi entrare, sembra quasi trascinare Koi: ok, pensa, e si alza, uno sguardo infastidito prima di uscire, Mitsui certo si lamenterà, ma non ha nessuna intenzione di passare la notte fuori.
"Dai, siediti," la fa appoggiare a terra, ne guida i gesti come se fosse una bambola di pezza priva di volontà, e le si siede vicino, molto vicino: i loro corpi rimangono appoggiati l’uno all’altro.
Koi sente il cuore battere forte e le lacrime non si fermano, Miyagi le solleva il mento con due dita, fissa quegli occhi umidi e le bacia piano una guancia, scende piano sul suo viso, gesti calcolati, che lo portano a offrire le labbra a Koi, lei le prende, con dolcezza e precisione, sono gesti che ha imparato bene, ma mentre si perde il suo corpo, non si ferma la mente e ha il nome di Ayako tra i denti: avanzi, solo avanzi? Miyagi fa scivolare le mani sulla schiena tesa di Koi, ma si sente l’incertezza delle sue dita: è Koi a togliersi la camicia, in fretta, perché la carne le brucia più dell’anima. Lui la fissa, immobile, ed è lei a prendergli le mani, se le fa scivolare addosso e getta lontana la sua maglietta: tiene gli occhi aperti, cerca di imparare l’odore della pelle scura di Miyagi, perché sa che potrebbe esserci questa unica volta.
Sfiora con le dita le spalle di lui, a toccarle sembrano molto più forti di quanto siano davvero, ha la testa vuota da qualunque desiderio di stupirlo con la sua esperienza, e si concede questi gesti delicati e impauriti. Si sfila i pantaloni con un gesto grossolano, rimane in piedi di fronte a lui per qualche secondo: Miyagi guarda il suo seno, sembra un po’ asimmetrico così; le gambe magre ma muscolose, le spalle. Si alza anche lui, sente le dita fredde di Koi slacciargli i calzoni, e si sente addosso occhi liquidi, che percorrono i muscoli segnati, le gambe diritte, precedendo le mani.
Chiude finalmente gli occhi quando lui le afferra la vita e la spinge a terra.
Le reazioni sono puramente istintive, contrazioni ritmiche uguali a sempre, ma questa volta ha tutto un altro valore, per entrambi: il senso di questi gesti passa dentro di loro, lucidissimo, attraverso il corpo, ed è un significato che va molto al di là della carne.
"E Kiyota?" le chiede, entra soltanto la luce della luna tra loro, Koi è seduta, Miyagi vede la sua schiena nuda, la spina dorsale si alza al ritmo del respiro, tornato regolare da poco.
Lei non gli ha detto di averlo lasciato: non ci sono state parole nel loro prendersi questa notte.
"Ci penserò domani," risponde piano.
La felpa è buttata a terra, c’è il foglio accartocciato dentro, le piace pensare di avere scritto quelle righe molto prima di questa sera.

 

capitolo 6

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